Odio il capodanno

Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno.

Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno.

Antonio Gramsci

Il primo giorno del 2018 il mio calendario riporta una frase di Gramsci sul capodanno. La leggo e rimango stupita dal fatto di aprire l’anno proprio con Gramsci che continua a farsi sentire con l’intero brano, da cui è tratta la frase, che ritrovo ovunque su Facebook

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole.

Se devo leggere questi segnali, tutto mi riporta a mio nonno paterno ed è da questa mattina che ci penso. Ci sono delle analogie tra la vita di mio nonno e quella di Gramsci che ho scoperto quando ho intrapreso l’avventura di scrivere un libro su di lui dopo aver scoperto un diario un cui si racconta.

https://www.amazon.it/Diario-Perduto-Daniela-Metteo-ebook/dp/B0766K5NSB/ref=sr_1_17?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1507541477&sr=1-17  

Fino a quel momento non conoscevo la storia di mio nonno, morto quando avevo appena 4 anni, ma quel racconto è stato illuminante per me. Ho scoperto che il liceo frequentato da mio nonno, nato a Cagliari nel 1885, il liceo classico Dettori, è stato frequentato qualche anno dopo anche da Gramsci, nato ad Ales, in provincia di Oristano, nel 1891. Dalle notizie biografiche di Gramsci mi accorgo che ci sono sei anni di differenza tra lui e il nonno. Una manciata di anni che ha permesso alle loro vite di sfiorarsi senza mai incontrarsi. Mio nonno dopo la travagliata esperienza del liceo si trasferì a Torino ed era già a Torino mio nonno Felice quando Antonio Gramsci entrò al Dettori trasferendosi a Cagliari in una pensione in Corso Vittorio Emanuele quando mio nonno aveva lasciato da tempo la casa paterna situata nella stessa via. Conseguita la licenza liceale, Gramsci, nel 1911, si iscrisse alla facoltà di lettere e filosofia all’università di Torino. Mio nonno, all’epoca era già a Torino e si sarebbero potuti anche incontrare.

Come dovrò interpretare questi segni?

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