World Press Photo 2018 – la mostra

Nella mostra, che si è svolta in prima assoluta italiana presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 27 aprile al 27 maggio 2018, sono esposte le foto vincitrici del Premio World Press Photo, uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo.
Per l’edizione 2018 la giuria, che ha suddiviso i lavori in otto categorie: Volti, Spot News, Notizie generali, Storie d’attualità, Sport, Natura, Progetti a lungo termine e la nuova categoria sull’ambiente, ha nominato 42 fotografi provenienti da 22 paesi.

Tra i vincitori anche 5 italiani: Alessio Mamo, secondo nella categoria People – singole; Luca Locatelli, secondo nella categoria Environment – storie; Fausto Podavini, secondo nella categoria Long-Term Projects, Giulio di Sturco, secondo nella categoria Contemporary Issues – singole e Francesco Pistilli, terzo nella categoria General News – storie.

In totale, ci sono 307 fotografie nominate nelle otto categorie.

L’esposizione del World Press Photo 2018 non è soltanto una galleria di immagini sensazionali, ma è una carrellata degli avvenimenti più importanti accaduti nel 2017 e vedendo le foto esposte, tutte bellissime, mi rendo conto che la maggior parte sono immagini molto forti, che arrivano come un pugno nello stomaco e mi viene da pensare: ma in che mondo viviamo? Guerre, rivolte, atti di terrorismo …

La foto dell’anno, scelta nella categoria Spot News, e diventata l’icona della mostra, è di Ronaldo Schemidt (Caracas, 1971), fotografo venezuelano dell’Agence France Presse.

Magdalena Herrera, presidente della giuria e photo editor di Geo France, ha così commentato lo scatto:

“È una foto classica, ma che possiede un’energia fortemente dinamica. I colori, il movimento e la forza della composizione trasmettono un’emozione istantanea”.

Ronaldo Schemidt, Caracas, 1971), Agence France Presse – 1° Premio Spot News, Foto singole

Lo scatto ritrae un ragazzo in fuga, avvolto dalle fiamme ma per comprendere ogni foto occorre leggere anche le didascalie

è il 3 maggio 2017.
Josè Victor Salazar Balza (28 anni) prende fuoco durante i violenti scontri con la polizia nel corso di una manifestazione di protesta contro il presidente Nicolàs Maduro a Caracas, Venezuela.
Maduro aveva annunciato un piano di riforma del sistema democratico del Venezuela che prevedeva la formazione di un’assemblea costituente per sostituire l’assemblea nazionale guidata dall’opposizione: un atto volto a consolidare i poteri legislativi del presidente stesso. I leader dell’opposizione hanno esortato la popolazione a organizzare proteste di massa per chiedere elezioni presidenziali anticipate. Gli scontri tra i manifestanti e la guardia nazionale venezuelana sono scoppiati il 3 maggio. I dimostranti, molti dei quali indossavano cappucci, maschere o maschere antigas, hanno appiccato incendi e scagliato pietre. Salazar ha preso fuoco quando il serbatoio di una motocicletta è esploso. E’ sopravvissuto all’incidente riportando ustioni di primo e secondo grado.

Ma cosa rende speciale una foto, una storia? Le foto singole devono conquistare, devono imporsi per la loro carica emotiva, la loro forza.

Juan Barreto – Venezuela, Agence France Presse – 3° premio Spot News, Reportage

La sequenza della scena, vincitrice come foto singola, è stata immortalata dal fotografo Juan Barreto e si è piazzata al terzo posto nella categoria reportage Spot News. Nel reportage è immortalata tutta la scena ed apprendiamo alcuni particolari da cui pare che i dimostranti, mentre erano intenti a distruggere una motocicletta appartenente alla guardia nazionale, siano stati investiti dall’esplosione del serbatoio della moto, provocata da un oggetto scagliato dagli stessi manifestanti, e che gli indumenti di Salazar abbiano subito preso fuoco perché il giovane era cosparso di benzina, proveniente da una bomba che lui stesso trasportava o da quella di un altro manifestante.

Salazar ha riportato gravi ustioni su oltre il 70 per cento del corpo ma è sopravvissuto all’incidente.

Primo Premio Ambiente Foto singola

Neil Aldridge – Sudafrica 1° Premio Ambiente

Il corno di rinoceronte è molto richiesto, soprattutto in Vietnam e in Cina, per le presunte proprietà medicinali e altrove come droga ricreativa. Il prezzo dei corni varia da €20.00 a €50.000 al chilogrammo ed il numero di rinoceronti catturati dai bracconieri in Sudafrica è salita esponenzialmente negli ultimi anni tanto che il rinoceronte bianco meridionale è classificato come specie “quasi minacciata” di estinzione.

Il Botswana si impegna a salvare i rinoceronti provenienti dalle zone maggiormente colpite dal bracconaggio in Sudafrica, ripristinandone la popolazione nelle proprie riserve naturali.

In questa foto, scattata il 21 settembre 2017, è ritratto un giovane esemplare di rinoceronte bianco meridionale, massacrato dai bracconieri per impadronirsi del corno, sedato e bendato, in procinto di essere rilasciato nell’ambiente naturale del Delta dell’Okavango, Botswana, dopo il trasferimento dal Sudafrica deciso come misura protettiva contro il bracconaggio.

Primo Premio Ambiente Serie

Kadir van Lohuizen – Paesi Bassi, NOOR Images 1° premio Ambiente (serie)

Secondo una ricerca della Banca Mondiale oggi la quantità di rifiuti si è decuplicata rispetto a quanto avveniva un secolo fa.

Tale aumento è dovuto all’incremento demografico e alla maggiore prosperità economica. Inoltre, man mano che i paesi si arricchiscono, la composizione dei rifiuti cambia e include sempre più imballaggi, componenti elettronici e apparecchi rotti e sempre meno materiale organico.

La capacità delle discariche si sta esaurendo e il Forum Economico Mondiale riferisce che entro il 2050 gli oceani conterranno più plastica che pesci.

Questo lavoro sui sistemi di gestione dei rifiuti in varie metropoli del mondo illustra come società diverse gestiscono, in modo più o meno efficiente, i loro rifiuti.

Nella foto: un camion di rifiuti arriva alla discarica di Olusosun

Terzo Premio Progetti a lungo termine

Javier Arcenillas – Spagna, Luz 3° premio Progetti a lungo termine

È un reportage sulla situazione socio-economica in America Latina.

Dopo lunghi anni di convivenza con il caos sociale, il traffico di droga e la corruzione politica, molti latino-americani hanno deciso di opporsi alla violenza che affligge i rispettivi paesi. Il dilagare dei conflitti armati e il crollo socio-economico in diversi paesi dell’America Latina nell’ultima parte del XX secolo hanno costretto centinaia di migliaia di persone a migrare, sia verso i paesi confinanti sia verso gli Stati Uniti.

A metà degli anni novanta, l’inasprimento delle norme statunitensi ha portato al rimpatrio di numerosi membri delle maras, bande criminali composte da giovani latino-americani formatesi nelle strade di città come Los Angeles. Ne è conseguito lo scoppio di una guerra tra gang in tutta l’America Latina.

A causa di questo fenomeno, unito alla violenza associata sia al narcotraffico sia alla cosiddetta “guerra della droga”, alcune città dell’America Latina si sono classificate tra le più violente del mondo, escludendo le zone di conflitto bellico.
Questo progetto descrive la paura, la rabbia e l’impotenza delle vittime che vivono in un clima di quotidiano terrore sotto la minaccia di gang di strada, uccisioni e furti in Honduras, El Salvador, Guatemala e Colombia.

Primo Premio Storie di Attualità

Heba Khamis – Egitto 1° premio Storie di attualità

Lo stiramento del seno

In Camerun vige l’usanza dello stiramento del seno effettuato sulle bambine in età puberale praticato con la convinzione che il ritardo od, addirittura, l’arresto dello sviluppo possa aiutare a prevenire gli stupri e le avance sessuali.

Solitamente lo stiramento del seno è praticato dalla madre o da una parente anziana della bambina. Le tecniche variano da regione a regione. Alcune persone fasciano il seno con una cintura, altre riscaldano pietre, spatole o pestelli e li utilizzano per comprimere o massaggiare i seni.
Nella prima foto Kamini Tontines (12 anni) nasconde il seno dopo che la madre ne ha eseguito lo stiramento con una pietra riscaldata.
Nell’ultima foto, Veronica (28 anni) massaggia il seno di sua figlia Michelle (10 anni) mentre gli altri bambini la osservano.
Nel Camerun orientale il metodo più diffuso per l’appiattimento del seno prevede l’uso di un bastone e di una ciotola di legno.
Sebbene si tratti di un’usanza diffusa soprattutto in Camerun, lo stiramento del seno è praticato anche in altri paesi dell’Africa occidentale e centrale.
Secondo le ONG locali, in Camerun circa il 25 per cento delle donna ha subito l’appiattimento del seno; in alcune zone questa percentuale supera il 50 per cento.
Le madri spiegano che la procedura, seppur dolorosa, è un atto d’amore per far sì che le figlie non restino incinte e non perdano opportunità di studio e di lavoro. La ricerca medica disponibile è ancora insufficiente per stabilire le conseguenze psicologiche e fisiche dell’appiattimento del seno; tuttavia, secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, questa pratica espone le bambine a numerosi problemi di salute derivanti dalle lesioni dei tessuti e dalle infezioni.

Secondo Premio Progetti a Lungo Termine

Fausto Podavini – Italia 2° premio progetti a lungo termine

Donne Mursi, che indossano reggiseni ricevuti in dono dai turisti, tornano al villaggio dopo avere attinto acqua dal pozzo.
L’Etiopia è in pieno boom economico, con una crescita media annua del 10,5 per cento, pari al doppio della media regionale. Una delle zone maggiormente interessate da questo svilupppo è la Valle dell’Omo, un’area caratterizzata dalla biodiversità straordinaria lungo il corso del fiume Omo, che nasce sull’altopiano centrale di Shewan e sfocia nel lago Turkana, al confine con il Kenya. Circa 200.000 persone appartenenti a otto etnie diverse vivono nella Valle dell’Omo, mentre altre 300.000 sono stanziate sulle sponde del lago Turkana in Kenya. Molte di loro fanno affidamento sull’Omo per soddisfare i bisogni alimentari: sui pesci che popolano il fiume e il lago, sulle colture e sui pascoli resi possibili dal terriccio fertile che si deposita durante le naturali esondazioni stagionali.
La diga Gibe III, che con i suoi 243 metri di altezza è la più alta dell’Africa e genera una potenza idroelettrica di circa 1800 MW, è stata costruita per un duplice scopo: generare l’energia necessaria all’economia in forte espansione e all’esportazione e creare un sistema di irrigazione per lo sviluppo di colture ad alta redditività. Inoltre la diga era destinata a diventare un’attrazione turistica, con conseguenti vantaggi socio-economici. I governi dell’Etiopia e del Kenya sostengono entrambi la diga e negano che l’impianto eserciti un impatto ambientale negativo. Tuttavia gli oppositori ne evidenziano gli effetti dannosi, quali la cessazione delle esondazioni stagionali, la diminuzione della biodiversità, il calo del livello dell’acqua nel lago Turkana e la migrazione di popoli tradizionali che per secoli hanno vissuto in un delicato equilibrio con l’ambiente.

Fausto Podavini – Italia 2° premio progetti a lungo termine

Primo Premio Natura Reportage

Per rimanere in Africa, le immagini che seguono, vincitrici del Primo Premio Natura Reportage, raccontano la storia di cuccioli di elefanti orfani e abbandonati che vengono riabilitati per essere poi reintrodotti nel loro habitat naturale. Siamo nel nord del Kenya presso il rifugio per elefanti di Reteti gestito dalla comunità locale.

L’orfanotrofio per elefanti è stato fondato nel 2016 dai Samburu locali ed è gestito dagli stessi guerrieri Samburu.

In passato le popolazioni locali non erano molto interessate a salvare gli elefanti perché considerati quasi una minaccia per le persone e le proprietà, ma recentemente l’atteggiamento è mutato. Gli elefanti si nutrono di arbusti e abbattono gli alberi piccoli, favorendo così la crescita di erbe, a vantaggio dei Samburu dediti alla pastorizia.

Ami Vitale – Stati Uniti, per “National Geographic” 1° Premio Natura

Nelle foto: i guardiani nutrono i cuccioli di elefante; un cucciolo di elefante tratto in salvo; un elefante anziano mostra agli orfani più giovani come fare un bagno di terra. Lo strato di terra protegge gli elefanti dal sole e dagli insetti; una delle prime donne guardiane di Reteti accarezza il primo elefantino ospite del rifugio. 

Secondo Premio Volti

Nella stessa sala mi ha colpito un’immagine che ritrae delle donne in acqua, tutte vestite, velo in testa compreso, segno inconfutabile dell’appartenenza alla religione mussulmana, che galleggiano in acqua sul dorso aggrappate a delle taniche di plastica che fungono da salvagente.

Vedendole da lontano ho subito associato l’immagine ad un ennesimo naufragio in mare di un barcone di migranti ma, avvicinandomi, l’immagine mi trasmetteva, invece, serenità per i colori tenui, il mare calmo e l’atteggiamento delle donne che fa escludere ogni situazione di pericolo. In questo caso è fondamentale leggere le didascalie: si tratta  di ragazze che imparano a nuotare.

Anna Boyazis – Stati Uniti 2° premio Volti

Difficilmente le ragazze che vivono nell’arcipelago di Zanzibar imparano a nuotare, soprattutto a causa delle restrizioni della cultura islamica conservatrice e dell’assenza di costumi da bagno decorosi. Ma nel villaggio di Nungwi, all’estremità settentrionale di Zanzibar, il Progetto Panje (panje significa “pesce grande”) offre alle donne e alle giovani locali l’opportunità di imparare a nuotare indossando costumi da bagno che coprono tutto il corpo, così da poter entrare in acque senza violare i principi culturali o religiosi.

Primo Premio Volti

Adam Ferguson – Australia, per “The New York Times” – 1° Premio Volti

Ma la vincitrice del Primo Premio Volti è la serie di fotografie di Adam Ferguson. Si tratta dei ritratti di ragazze rapite dai miliziani di Boko Haram, realizzati a Maiduguri, stato di Borno, Nigeria.
Truccate per apparire attraenti e fasciate di cinture esplosive, queste ragazze avevano ricevuto l’ordine di farsi saltare in aria in luoghi affollati; ma anzichè detonare le bombe, hanno tentato la fuga e sono riuscite a trovare aiuto.

Boko Haram, un gruppo di militanti islamici che ha la sua base in Nigeria e il cui nome significa pressappoco “l’istruzione occidentale è proibita”, colpisce specificamente le scuole e dal 2014 ha rapito più di 2000 donne e ragazze.
Nella foto Falmata, 15 anni

Dove vedere le mostre delle foto vincitrici in Italia

Dal 28 aprile al 27 maggio le foto sono state esposte in mostra anche a Bari, allo spazio Murat e a Milano dal 12 maggio al 3 giugno alla Galleria Franca Sozzani.

A Venezia l’esibizione si terrà dal 31 agosto al 30 settembre 2018 al Magazzino alle Zattere.

Qualche mese dopo la mostra sarà visitabile anche a Ferrara, dal 5 ottobre al 4 novembre, al Padiglione di Arte Contemporanea.

La mostra arriverà anche in Sardegna, a Gavoi, dal 27 ottobre al 12 novembre allo spazio ExCaserma.

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