Le anamorfosi del convento di Trinità dei Monti

Roma conserva dei tesori nascosti che non basterebbe una vita per conoscerli. La celeberrima scalinata che ci conduce dalla Barcaccia di Piazza di Spagna, la altrettanto celebre fontana di Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo, alla chiesa intitolata alla Santissima Trinità sono sotto gli occhi di tutti ma se ci spingessimo un po’ oltre potremmo scoprire un altro mondo.

Accanto alla chiesa si trova l’omonimo convento sede della comunità del Sacro Cuore e della Fraternità Monastica di Gerusalemme edificato tra il 1530 e il 1570 dal re di Francia Carlo VIII per i Minimi, ordine religioso fondato da Francesco da Paola (1416-1507) divenuto famoso soprattutto per il prodigioso attraversamento dello Stretto di Messina sul suo mantello steso sull’acqua dopo che il barcaiolo si era rifiutato di traghettarlo gratuitamente sull’altra sponda insieme ai suoi seguaci.

Il convento è un vero e proprio scrigno di opere d’arte inaspettate: un chiostro affrescato, che riporta nelle lunette e medaglioni le storie di San Francesco da Paola e i ritratti dei Re di Francia, e un refettorio affrescato con effetti a Trompe-l’oeil sono solo alcune delle meraviglie custodite in questo convento.

Al primo piano del convento, tra i corridoi est e ovest, ci sono due lodevoli esempi di anamorfismo. Si tratta di dipinti murali ideati ed eseguiti dai padri minimi Emmanuel Maignan e Jean François Nicéron nel XVII secolo riportati alla luce dai recenti restauri del 2009.

L’anamorfismo (dal greco anamórphosis “ricostruzione della forma”) è un effetto ottico basato sulla visione prospettica che rende visibili le immagini se guardate da un punto di vista inclinato mentre appaiono distorte se guardate frontalmente.

Tra i due capolavori del convento di Trinità dei Monti, il dipinto anamorfico che ha conservato la migliore leggibilità è quello realizzato nel 1642 da Emmanuel Maignan e si trova sul versante ovest.

Entrando nel corridoio ci si trova davanti all’opera che si estende per circa sei metri in posizione trasversale alla parete.

Da questa angolazione si può scorgere il grande San Francesco da Paola in preghiera, incorniciato dai rami di un albero di ulivo.

San Francesco da Paola da una visuale trasversale

Ma se proseguiamo, una volta giunti al centro dell’affresco, se lo si osserva da un punto di vista perpendicolare alla parete – ossia la comune visione di un’opera d’arte – come per magia l’immagine di San Francesco si è trasformata in un paesaggio costiero.

paesaggio visto da una visuale frontale

Tra tutti i dettagli nascosti in un continuo curvare di linee e forme si riesce a distinguere un’imbarcazione che, a vele spiegate, è in rotta verso un porticciolo visibile in lontananza. Vicino all’imbarcazione si può scorgere la figura di San Francesco da Paola e un confratello in ginocchio, immagine che rievoca il miracoloso transito dalle coste calabresi a quelle siciliane sul mantello del frate.

San Francesco da Paola e un confratello che attraversano lo Stretto di Messina sul mantello del Santo poggiato sulle acque

Proseguendo il cammino verso l’altra estremità del corridoio e osservando la parete trasversalmente, ciò che poteva sembrare un paesaggio acquista una nuova sembianza: ritroviamo la figura di San Francesco da Paola ribaltata.

L’anamorfosi di Maignan è in realtà palindroma, è quindi possibile osservare la medesima immagine del Santo in preghiera da entrambi i lati del corridoio.

San Francesco da Paola visto trasversalmente dall’altra parte del corridoio

Nel corridoio che costeggia il lato orientale del chiostro, è situata l’anamorfosi del parigino Jean François Nicéron, in pessime condizioni di conservazione dovute alla sovrapposizione di molteplici strati di calce – stesi per rispondere a necessità igienico-sanitarie durante il periodo dell’occupazione francese – e caduta nell’oblio per oltre duecento anni, cioè dai tempi dell’invasione napoleonica della capitale (fine del XVIII secolo).

anamorfosi di Nicéron

Il dipinto di Nicéron ha rivisto la luce nel 2009 grazie agli interventi di restauro che ne hanno rivelato la presenza. L’opera del 1642, seppur lacunosa, presenta un cromatismo più vigoroso rispetto a quella di Maignan e ha un’estensione di circa venti metri, occupando interamente la lunghezza del corridoio. Rappresenta un’immensa figura di San Giovanni chino su sé stesso, concentrato nella stesura dell’Apocalisse, percettibile solo dalle due prospettive laterali.

Osservando la parete frontalmente, potremmo invece riconoscere un grande paesaggio riconducibile all’isola egea di Patmos, dove, secondo la tradizione cristiana, l’apostolo trascorse parte della sua vita in esilio.

Dagli studiosi è stata identificata, inoltre, un’iscrizione in greco di considerevole impatto, presente nell’area centrale della composizione. Questa recita: “L’apocalisse dell’ottica è testimone oculare dell’Apocalisse”. Una civetta, da sempre simbolo della sapienza, scruta in disparte il grande scenario con il santo protagonista.

Due anni dopo il compimento dell’opera di Trinità dei Monti Nicéron ne dipinse una copia, riproponendola attraverso la curiosa e potente tecnica dell’anamorfismo, nel convento dei Minimi di Place Royal a Parigi. Di questa riproduzione, purtroppo, oggi non rimane alcuna traccia.

Tra le due anamorfosi, occupanti i corridoi est e ovest al primo piano dell’edificio, vi è un complesso e affascinante astrolabio catottrico (l’orologio solare con quadrante a riflessione) realizzato dallo stesso Maignan, che decora il passaggio rivolto a sud.

Foto: Daniela Metteo

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